Il resoconto del Cammino VIII

Episodio VIII

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Poi incontri, proprio di fianco all’aeroporto, dove l’illusione di essere già arrivato é pari a quella di realizzare la foto del secolo: nell’alba che squilla un aereo che s’innalza e sotto la sagoma di un pellegrino, zaino e bastone, che cammina, come ad unire passato e futuro, e invece piove, di aerei non se ne vede traccia e pellegrini con zaino e bastone ancora meno, ecco poi incontri proprio lì un altro canadese, secco come il cassintegrato di Muggiò, retired però, pensionato di Halifax –e ti spiega dove si trova come una vecchia maestra di scuola spiegava al milanese Pierino nell’Italia degli anni Sessanta dove fossero Venezia, Firenze e Roma: con pazienza e rassegnazione- che sta al ventottesimo giorno di marcia il che vuol dire che da SJPDP a lì c’ha impiegato 6 giorni in meno della Guida Michelin e 3 in meno di quella ufficiale. Va come un treno. Chiacchieriamo un po’, mi dice che ha amato molto le celebrazioni della Settimana Santa a Leon –ma quanto corre questo?- e che il Cammino l’ha proprio chiamato. Poi dopo un cinque minuti di ciacole in inglese –il mio non è niente male, fatemelo dire- alla base di una salita mi saluta “Let me attack the hill” dice, e mi semina prima ancora che possa pensare ad una risposta. Mai più visto. Non c’è un tempo per fare il cammino, quando chiama devi mollare tutto e partire. Come Eliseo mente ara dietro ai buoi. Non è il primo che ci dice questo. Non è il primo che ci stupisce per il coraggio. Anche la signora inglese che aveva voglia di parlare, incontrata sulla soglia dell’Hostales a Les Herreiras de Valcarce, da Josanna. Non era più giovane di noi, anzi. Si era presa 76 giorni per il viaggio. Veniva da Siviglia, aveva percorso uno dei vecchi cammini. Sorridente, coraggiosa. C’è solo una domanda alla quale non trovi risposta: ma che lavoro fanno? che possibilità hanno? Anche qui il Cammino ti suggerisce una domanda per risponderti: che cosa è veramente importante per te? Quanto ti fidi della Provvidenza? Ognuno ha la sua risposta. Epica fail ad Herreiras. Dopo aver scaricato gli zaini ci sentiamo così in forza da fare due passi, tre son troppi sia per le gambe sia per il borgo: incrociamo due ragazzi stranieri, cercate l’albergue? Chiedo. Forse troppo deciso. Do l’impressione di saperne più di loro. Mi seguono in salita. È chiuso. Devono rifare la strada e cercarne uno più avanti. Per fortuna lo trovano 100 metri dopo. So quanto costi specie a fine giornata fare 10 passi in più. Glieli ho fatti fare io. Lezione: non spacciarti per esperto, neanche per errore, puoi fare danni. Incontri quindi sul punto più duro della seconda tappa, quando il coraggio sta iniziando a mollare, quando ti siedi sfinito alla fermata dell’autobus, e in cuore speri che quell’autobus arrivi e ti porti via, che davvero si chiama desiderio, quando lo aspetti arrivano invece due ragazzi –rispetto a noi, almeno- italiani, veneziano lui, bolzanina lei, che stanno camminando da Leon, che sono stanchi ma vogliono tirare diritto e che di fatto si tirano dietro anche noi. Facciamo un pezzo di strada insieme, ci scambiamo fatiche e incoraggiamenti, ci raccontano che la tappa seguente la vogliono fare tosta, arrivare diretti fino a O’Cebreiro senza fermarsi alle sue radici, senza curarsi delle vesciche né dello zaino (dal terzo giorno non lo senti più, hai altro a cui pensare, dice lui. Ed è vero). Poi come sono arrivati, spariscono. Sullo schuss finale, quando ormai sono le ginocchia a portarti insieme alla volontà, e vedi i tetti di Villafranca, lui si ferma per scattare una foto. E restano indietro, risucchiati dal ricordo, non ci prendono più e noi non abbiamo la forza di aspettarli o tornare indietro, solo davanti alla fatica la rabbia di arrivare e sederci, sdraiarci, togliere gli zaini dalle spalle. Chissà che fine hanno fatto… Ma la vita è così, ti affianchi a qualcuno e cerchi di capirne il perché, quale sia il dono reciproco che dobbiamo farci. Loro a noi hanno donato energia e serenità, chissà che cosa noi abbiamo offerto loro?

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