PIERO MAZZARELLA L’ANIMA DI MILANO

di Giovanna Ferrante

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E così se ne è andato. Piero Mazzarella, assoluto protagonista del teatro dialettale milanese, sui palcoscenici di numerosissimi teatri ha incarnato per molti decenni l’anima di Milano, il sapore autentico de i cà de ringhiera, de i trani, de la scighera, del risòtt a la milanesa. La centralità del suo teatro è nel territorio geografico, nella tradizione milanese. Figlio d’arte, affronta i suoi primi piccoli ruoli a 7 anni, via via il teatro gli entra nel sangue; passano gli anni e Mazzarella gira l’Italia con compagnie di riviste inventando personaggi e macchiette e acquisendo personalità. Ma non vuole appartenere al teatro di giro, vuole lavorare in pianta stabile nella sua città. Il suo debutto al Gerolamo, il Teatro di grande importanza storico-sentimentale per tutti i milanesi, avviene il 20 novembre 1960 ed è anche l’occasione di incontro con un profondo conoscitore del teatro milanese, Carletto Colombo, del quale Piero Mazzarella dirà: “Uno dei più grandi gentiluomini che abbia mai incontrato, disperatamente innamorato di Milano”. Il suo cavallo di battaglia sarà quella maschera che si deve alla genialità di Edoardo Ferravilla e cioè il Tecoppa, imbroglione, impostore di professione, indolente, sempre affamato e grande bevitore. Mazzarella penetrò il personaggio di Tecoppa, lo adattò e lo arricchì con le proprie caratteristiche, la sua rimane un’interpretazione travolgente, perfetta. Anni dopo, con tanta esperienza accumulata, con quella sua indiscutibile bravura, decide di lasciare la Compagnia del Gerolamo per fondare una sua Compagnia con il fratello Mario, in arte Rino Silveri, ottimo attore e soprattutto autore di centinaia di copioni portati in scena da Piero. Poi ci sarà la lunga stagione al Teatro San Calimero, e ancora la sede fissa al Teatro della Quattordicesima. Un infinito elenco di recite, un groviglio struggente appassionato di milanesità. Lavorerà anche per il cinema, con Lizzati, Risi, Festa Campanile. Lo vorrà poi, tornando al teatro, Andree Ruth Shammah al Franco Parenti per “La Tempesta” di Emilio Tadini e per “Re Lear” di Shakespeare. Ma l’amore che è nato con lui e per sempre sarà, è incarnato dal teatro dialettale, la lengua milanesa parlata con quella sua voce roca, il suo e nostro dialetto che come diceva el slarga el coeur. Avevo vent’anni quando l’ho conosciuto. Sono stata testimone del suo carattere rude e della sua infinita passione per il suo lavoro fatto di studio e di prove sfibranti fino ad ottenere l’interpretazione voluta. Anni dopo l’ho incontrato di nuovo, da giornalista. C’era un solo modo per intervistarlo, senza domande, lasciandolo parlare del teatro e di Milano. Mi manca. E mi mancherà.

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