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La compagnia il Palcoscenico mette in scena Pirandello

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La compagnia il Palcoscenico mette in scena Pirandello


LA GIARA Atto unico di Luigi Pirandello Regia di Enzo Rapisarda

Per info e prenotazioni  Palcoscenico 015.0991075


Apparsa per la prima volta sul Corriere della Sera il 20 ottobre 1909, La Giara costituisce un raro esempio di aggregazione degli elementi linguistico - formali del naturalismo utilizzati a sostegno della corrosiva dialettica umoristica. La verghiana Sicilia della "roba" presiede la vicenda di una giara ostinatamente e magicamente trasgressiva. Rappresentanti di due ceti sociali in conflitto sono don Lolò Zirafa, che ricorre continuamente agli strumenti del diritto, e zì Dima Licasi grottesco concia brocche. La NOVELLA pervasa da motivi di accesa comicità e disincantato pessimismo, sconvolge il proverbiale rapporto gerarchico - sociale. Fulcro iconico della vicenda, la giara è una metafora della trappola esistenziale da cui è possibile evadere solo per un guizzo beffardo. Zì Dima viene descritto come "un vecchio sbilenco come un ceppo antico d´olivo saraceno" E l´olivo saraceno grande in mezzo alla scena fosco e ferrigno, insieme motivo vegetale e connotazione antropologica domina l´opera p. da La Giara a I giganti della montagna. Il vecchio partecipa della saggezza dell´olivo, l´albero che per Pirandello meglio rappresenta la Sicilia.


E´ questa l´unica opera del teatro pirandelliana festosa e beffarda, ma ancora una volta la vita non conclude; l´acceso diverbio, i risentiti contrasti si risolvono in nulla, da cui kantianamente esplodono il riso e il godimento. Nella versione teatrale è presente un coro che segnala le variazioni d´umore, alleggerisce la tensione, sottolinea il paradosso. La giara funge da totem, contenitore di potere, in grado di fagocitare, "è l´involucro della nascita, l´utero e insieme la tomba" secondo lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, l´empedocleo Kaos, mescolanza di tutte le cose, oggetto simbolico con il quale tutti si misurano. La parlata siciliana assicura alla commedia una maggiore autenticità sia sul piano della fascinazione emotiva, che della drammatizzazione. L´opera è percorsa da nuclei di magica e demoniaca visione, vengono evocate presenze di un mondo animistico, che vengono notevolmente evidenziate nelle scelte registiche di Rapisarda. Si tratta di un mondo caro a Pirandello che più volte si occupa di strani avvenimenti, di esperimenti spiritici, delle streghe dell´aria chiamate "le Donne", di spiriti burloni che vengono a tormentare i vivi, di personaggi dotati di misteriosi poteri distruttivi, di morti che non hanno ancora lasciato la terra e contemplano il loro cadavere e la loro casa. La commedia è un addio a una Sicilia estiva intrisa di colore e di folclore, caratterizzata da canti, balletti popolar e risate; l´ultimo tuffo dello scrittore in una sorta di Eden, ampiamente idealizzato, prima di iniziare l´esplorazione delle ossessioni che travagliano la coscienza. Le movenze sono quelle della farsa e farseschi sono i due personaggi principali.

Ne "La giara" la presenza del mastice miracoloso e tutto il simbolismo della vicenda ci portano al modo di vedere dell´infanzia e dell´umanità Freud "Totem e tabù". Visione animistica del mondo e credenza della magia sono presenti nei sogni, nei giochi infantili e nella creazione artistica. La giara, bella maestosa e panciuta che pare una badessa, acquista subito caratteristiche umane. Zì Dima da povero vecchio si trasforma in un essere magico, un folletto gobbo dai molteplici aspetti, uomo - albero o uomo - giara. Alla fine egli diventa un dio della fertilità e scatena sull´aia una celebrazione dionisiaca della raccolta con i contadini che ballano attorno alla giara sotto la luna come tanti diavoli, mentre lui canta a squarciagola. Don Lolò che aveva cercato l´aiuto della legge per intrappolare Zì Dima, imbestialisce completamente e spinge la giara che va a spaccarsi contro un ulivo. La vittoria di Zì Dima rappresenta il trionfo dell´uomo saggio, in contatto con le forze della natura, sull´uomo irascibile e violento, sia il trionfo del contadino povero e sfruttato sul padrone ricco e avaro. La personificazione della giara è ancora più chiara nella commedia che nella novella; Don Lolò la piange come un parente morto; Zì Dima paragona i punti ai denti della vecchia che digrignano. Ancora più sconcertante è l´immagine di Zì Dima rimasto chiuso nella giara che ne esce solo con la testa, quasi come stesse per nascere dal ventre materno. Inoltre c´è un costante coro di donne che evidenzia l´importanza femminile della giara. Zì Dima si dichiara figlio del diavolo e dice di aver avuto in sogno dal padre la ricetta del mastice miracoloso, la pece nera dell´inferno dove bollono i dannati, ma lui l´ha resa bianca e se n´è servito per scopi buoni, capace quindi di rendere utile e benefico ciò che in origine aveva scopo distruttivo. Tale capacità egli la applica anche a se stesso, quando tutti credono che Don Lolò l´abbia ucciso egli può superare il pericolo mortale e risorgere dai cocci della giara
La commedia fu rappresentata con successo nel 1917 da Angelo Musco e in seguito fu portata sulle scene in allestimenti famosi tra i quali ricordiamo la creazione scenografica di Giorgio De Chirico e la regia di Strehler.

LA PATENTE Atto unico di Luigi Pirandello Regia di Enzo Rapisarda


Tratta dalla novella omonima del 1911, la commedia fu rappresentata per la prima volta in dialetto siciliano nel 1919 a Roma con la regia di Nino Martoglio e l´interpretazione di Angelo Musco. Fu tradotta anche da in dialetto genovese da Gilberto Govi, in napoletano e in veneziano. E´ stata ripresa in un film a sketch da titolo "Questa è la vita" nel 1953 per la regia di Luigi Zampa con l´interpretazione di Totò.

Il dramma e il grottesco della vicenda si risolvono teatralmente in un accorato e vivo monologo del protagonista cui fa da contrappunto, come nel teatro classico, il "coro" dei giudici. Come sempre l´autore fissa l´attenzione del pubblico su un nucleo centrale: in questo caso è la storia sfortunata di Rosario Chiàrchiaro, un disgraziato padre di famiglia cui è stato misteriosamente attribuito il potere di jettatore. Bollato dalla società col marchio di menagramo, a causa di questa nomea è costretto insieme con la moglie e le due figliole a vivere in isolamento perdendo il posto di lavoro e riducendosi alla fame. Chiàrchiaro non si piega e invece di negare l´infame calunnia fa ogni sforzo per convalidarla convincendo il giudice D´Andrea che non solo la jella esiste, ma che lui è uno jettatore autentico e vuole la patente a riconoscimento di questa sua particolare professione. Egli infatti non può vivere se non codificando la sua fama di jettatore, facendosi riconoscere ufficialmente come possessore di un potere funesto e invincibile e ottenere così la sua patente. Solo in tal modo egli potrà guadagnarsi da vivere perché tutti, per tenerlo lontano, saranno costretti a pagargli una tassa. Si tratta di un´opera di grande attualità in questa nostra società fatta di "apparire" e non di "essere", che denuncia dei giochi di rapporti e preconcetti in cui l´individuo è inevitabilmente coinvolta. Come Rosario Chiàrchiaro ciascuno ha la sua maschera, un ruolo da giocare, maschera e ruolo che spesso vengono plasmati addosso dagli altri e a cui nessuno può sottrarsi perché il pregiudizio della massa finisce per avere sempre il sopravvento. Questa maschera sociale che accomuna tutti gli uomini la cui cifra è il grido di dolore di Ciampa ne "Il berretto a sonagli": "Pupi siamo, pupo io, pupo lei, pupi tutti ", uomini svuotati di ogni realtà, costretti a vivere una vita che non avrebbero voluto mai vivere. 

c/o Teatro Carcano
Corso Di Porta Romana, 63, 20122 Milano
21/Novembre  ore 21.00

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